lunedì, ottobre 30, 2006

Oslo/1... You welcome!

Karl Johans Gate
Ciao bbelli!!!!
Primo aggiornamento dalle fredde lande norvegesi (5 gradi fissi tutto il giorno figlioli, ma ci stiamo acclimatando...a Pisa due giorni fa ce n'eran trenta) dove ormai da 48 ore abbiamo messo delle discrete radici linguistiche. Per esempio, ho imparato a dire Takk, che vuol dire Grazie. Oslo e' incastrata nel fondo di un fiordo, ed e' costellata di tante isolette sparse. Questi fiordi noi non riusciamo davvero ad immaginarceli, perche' sono una cosa frastagliatissima e tremendamente verde, gialla, e rossa ora che e' autunno. Da che siam qui abbiamo visitato una grossa fetta della citta', che dovunque tu vada a sbattere e' BELLISSIMA, e abbiamo visto la NationaalGalleriet con l'Urlo di Munch e un casino di altri famosissimi quadri -anche se i piu' belli sono di gente mai sentita nominare-, il trampolino olimpionico per lo scii, il Palazzo reale, il VigenlandPark, lo SkyøteMuseet...
e oggi ci ridaremo alla pazza visita per tutta la penisola di Bygdøy, e alla scoperta gastronomica della zuppa di balena (scherzo) ma della carne di renna pero' si!
Ora andiamo a fare colazione in una Bakeri del centro, il nostro ostello e' una chicca in una strada che collega due quartieri grandiosi. E l'Universitaat... ragazzi, e' l'edificio piu' bello della citta'. Ed in piu' e' gratuita. Se mai vi venisse in mente di fare un Erasmus, vi consiglio caldamente questa meta.
A presto per ulteriori particolari, un bacino a tutti!!

giovedì, ottobre 19, 2006

E che BESTIA sia.

Quando due persone totalmente diverse che però tengono a te pronunciano la stessa identica frase nel giro di mezz’ora vuol dire che hanno, se non ragione, perlomeno vissuto la stessa esperienza. La cosa triste è che ragione ce l’hanno, e su cose che non mi piace accettare ma a cui è bene faccia un grosso callo dove farle rimbalzare tutte le volte che ricapiteranno.

Lucy ha scritto un post qualche tempo fa riguardo gli amici veri. Quelli che le spalle non te le voltano, quelli che per te si svenerebbero, quelli che con te insistono, condividono, combattono, realizzano sogni. Quelli per cui viene prima un tuo sorriso rispetto alla voglia di primeggiare, quelli con cui la competizione sleale non esiste anche se vi potreste trovare a concorrere in sei per un solo posto di specializzazione. Quelli che sanno come sto da una ciocca di capelli fuori posto o dal fatto che non arrivo sorridendo la mattina a lezione, quelli a cui questo importa.

Poi ci sono le persone che non conosci e che non ti conoscono, ma con cui una civile compresenza è possibile, bella e redditizia, anche perché magari finisci col conoscerle e scoprire che non sono affatto male.

Dulcis in fundo, ci sono le persone che, semplicemente, ti deludono. Quelle che c’erano ma oggi no perchè ho da fare, quelle di cui hai ignorato alcuni comportamenti ‘allarme’, quelle che reputavi vicine, quelle con cui qualcosa hai condiviso.

Per la seconda categoria davanti la mia porta stenderò sempre un tappetino setoloso con una grossa Welcome. Basterà che suonino il campanello e a meno che non sia alle prese con una maschera esfoliante aprirò in tempi brevi, e prometto un caffè pronto nel giro di 5 minuti.

Per la prima categoria, beh, della mia porta potete avere le chiavi, il mio scomparto del frigo è a vostra disposizione –ma occhio ai ragni-, vi preparerò una torta alla crema e finchè entrate nel lettone potremo accamparci tutti sotto le coperte e guardare un DVD.

Per la terza categoria mi sono chiesta a lungo cosa fare, se cambiare indirizzo era o meno la soluzione giusta. E alla fine, dopo la notte di lunedì pressoché insonne e quello che mi è stato detto ieri, ho deciso che non devo cambiare nulla di quello che sono, basta solo far emergere di più alcuni lati della mia personalità che si assopiscono sempre. Quello che lotta per quello che vuole. Quello che non si fa prendere per il culo. Quello che fa le cose perché gli piacciono e perché sono la base del suo futuro. Quello che tira fuori le unghie. Mi hanno tirato fuori l'acidume con l'uncino. Mi vogliono bestia?
Senza rancore, gente...

E che BESTIA sia.

venerdì, ottobre 13, 2006

La Filosofia del Sushi

Qualche post fa vi ho raccontato di aver sentito una canzone di Grey’s Anatomy durante il turno in Dea, giovedì scorso. Da quel momento sto scandagliando la rete per trovare quella traccia –che, ovvio, non è nella track list della colonna sonora originale, perché quella ce l’ho già. E non ho avuto tempo di rivedere tutta la prima serie per riascoltarla- ma la cosa più curiosa è quello su cui ho basato la mia ricerca, cioè un verbo. Rely on vuol dire contare su, e in un mio eventuale degenero corticale sarebbe probabilmente l’unica cosa che ricorderei, e questo perché si tratta del primo phrasal verb che sono riuscita a farmi entrare in testa al liceo. Ma non solo. Contare su forse è la decisione più difficile e coraggiosa da prendere. Contare sulla tua memoria, su un colpo di fortuna durante un esame, contare su qualcuno, contare su se stessi, o accettare che qualcuno conti su di te.

La prof di inglese diceva che quando puoi ascoltare e capire una lingua straniera senza focalizzare coscientemente che non si tratta della tua lingua madre, funziona come se lo fosse: accade che tu non riesca a ricordare frasi intere che hai sentito, perché semplicemente non vi stavi prestando attenzione. Ma di punto in bianco succede che, puff, rammenti. Ed ecco che, mentre stavo mangiando collassata su una sedia in cucina, è riemersa la frase dentro cui quel verbo si colloca, I’m getting old and I need something to rely on.
Sono corsa in camera insieme ai pomodorini perché non trovavo una penna, ma la tentazione del portatile sulla scrivania era troppo forte… e avevo qualcosa di dire su queste parole.

Rispetto a un anno fa, quanto sono diversa, quanto sono cresciuta, e quante cose si sono evolute. E, finalmente/quanta paura, questo phrasal verb mi è piombato addosso. Devo iniziare a contare sulle mie forze, sul bagaglio in accumulo lungo questo infinito percorso, sul fatto che altri si fidano di me, sul fatto che ora sono io che mi fido di qualcun altro. Ma prima della mia schiera di porte c’è ancora tempo.

Ho scritto questo post per chi si accorge che alle porte non manca molto, che è un po’ più di un semplice gioco ed è invece il momento di fare un bilancio, valutare le proprie predisposizioni, prendersi la prima vera responsabilità e scegliere cosa fare. Per chi magari non sa individuare una singola ragione per fare quella cosa, ed invece ne trova parecchie per non farla… ma gli piace trSushioppo l’arena per mollare o ripiegare. Armandosi degli strumenti giusti, farà il massimo per avvicinarsi quanto più possibile alla perfezione. Come per il sushi.

domenica, ottobre 08, 2006

Kehle

Una delle prime frasi che ricordo di averti sentito dire è stata ‘Io da qui me ne voglio andare’, alludendo al nostro comune piccolo, bigotto universo natio. Si stava uscendo da scuola e una massa di diciottenni in subbuglio ormonale attorno a noi ululava becere espressioni dialettali di apprezzamento verso il culo della sciacquetta della 3aN che si ritoccava il rossetto camminando verso il capolinea del bus per Capistrello. A 16 anni.

E quando hai scelto di studiare Relazioni Internazionali, e quando hai conosciuto Angelo, e quando ho saputo che saresti partita per la Germania… beh, era scontato che sarebbe andata così, ma uno scontato bello, di quelli che ti fanno sorridere soddisfatta perché era proprio così che doveva andare.

Vai così, sorella!’ è stata però la prima frase in assoluto che ti ho ascoltato pronunciare, peraltro con un grosso sospiro di sollievo. Avevo aperto bocca per la prima volta nella mia nuova classe per rispondere a una domanda della prof di Inglese, ed ero intimorita e poco propensa a rispondere per non apparire saccente da subito. E invece te hai messo in moto la tua massa di riccioli e ti sei girata per un gimme five.

Più o meno da allora siamo diventate un’unica entità dislocata a dieci km di distanza l’una metà dall’altra. In tre anni abbiamo stretto un rapporto che andava oltre l’essere migliori amiche, oltre l’essere sorelle, oltre l’essere compagne di classe. Antidormi l’avrebbe chiamata ‘corrispondenza d’amorosi sensi’, qualcosa di più simile all’essere una persona sola che due molto legate.


Dopodiché i km sono diventati circa 150, ma questo non ci ha impedito di restare sempre NOI, come what may -Moulin Rouge docet; il nostro primo film insieme, ricordi?-

E ora sono qui che ti scrivo con il libro di Semeiotica sulle gambe, che mi ricorda quanto tutto si sia fatto più difficile negli ultimi anni. Difficile però è la parola sbagliata, perché una rapporto come il nostro cose difficili non penso ne conosca. Solo… più complicato. Complicato vedersi, complicato spostarsi, complicato incastrarsi con i tempi. Complicato non esser mai in Abruzzo in contemporanea (complicato dal fatto che lì meno ci mettiamo piede meglio stiamo, io e te!). Complicato sì, ma non impossibile. L’anno scorso sì che è stato complicato, per un sacco di cose. Ma io ci sono sempre, assenteista, incasinata, disorganizzata fino all’inverosimile, esattamente come tu mi conosci… anche se non ci vediamo mai, anche se ci sentiamo poco.




Ti voglio bene sorella.

Ficcatelo nella zucca.

giovedì, ottobre 05, 2006

Such Great Heights

Vi, ho una paura pazzesca.”
“Dai, il Dea! Perché hai paura?”
“Ma scusa, tu non saresti terrorizzata?”
“Da morire! Ma perché hai paura?”


Papà che ieri sera mi dice di lasciar fare, che in fondo è il terzo anno e che tutto è ancora teorico. E alla fine di tutte le sue argomentazioni io che rispondo:
“Papà, comincio domani.”
Fino a dieci minuti prima ero in biomedica a rileggere tutti i miei appunti-infarinatura di queste serate su anamnesi, esame obiettivo e primi approcci semeiologici, e nei cento metri prima di tragitto con l’aorta pulsante in gola avevo voglia di fermare chiunque incontrassi per dirgli ‘Ma lei lo sa dove sto andando io ora?’

Entro non appena trovo il coraggio di farlo. E’ davvero solo un passo in avanti in più, ma non pensavo fosse forte come una scarica elettrica.
So solo che quando entro non so mi viene da piangere più per il terrore di chissà cosa, per la gentilezza del mio responsabile o per una canzone di Grey’s Anatomy diffusa dall’altoparlante.

Non so raccontarvi com’è andata, non ora che è tardissimo e sono tanto stanca e sgrammaticata e domattina c’è lezione. Dopo sei ore esco
per andarmi a cambiare e penso di andare a mangiare a mensa tanto a casa non ci sarebbe nessuno e d’altronde ne sanno poco di tutto questo e mi giro per puro caso… e in un corridoio laterale c’è Gio.
Gio, che era lì da quasi un’ora dopo averne fatte 8 di lavoro per farmi una sorpresa e cenare insieme a me e non perdersi per nulla al mondo le reazioni a caldo dopo il mio primo turno di internato.
Ragazzi, che meraviglia VEDERE quanto sono ignorante dal vero, e vedere quanto assistere a una procedura banale sia molto più utile che sentirsela raccontare, e vedere che sono un caso disperato, ma un pochino meno di quanto mi aspettassi.
E che meraviglia l'amore.

Buon weekend!!