venerdì, novembre 18, 2011

24+6, 7 mesi dopo.

Evidentemente Parigi ti intrigava, o l'idea del pane con le olive.
Di sicuro dei baci non ne hai ancora abbastanza.
Bravo, cucciolo.

sabato, ottobre 15, 2011

Badz!

Ci sei senza fare troppo casino, per il momento, ma così vai alla grande. Sono pronta al bordello, alle risate, alle novità di ogni giorno, ai mille sogni. Sono qui senza poter scrivere tutto quello che vorrei, ma lo farò con inchiostro vero e vera voce. Non hai scampo.
Mi ero chiesta cosa avrebbe potuto tirarmi fuori da questo stato catatonico in cui sono piombata negli ultimi mesi, questa palude emotiva, questo strano momento di transizione. Mi ero posta la domanda sbagliata.
Quindi grazie, per il primo dei tanti risultati. Ti ringrazio con un post criptico, che batte tutti tutti i miei post criptici precedenti.
Adzgctsaefitenvloddazbedvcecagmtopaceafibclm(cscm!!!). Lznvloddtb.

MCD!!!!

mercoledì, luglio 20, 2011

Ai fiori rosa che verranno.

Volevo scrivere con ancora indosso il vestitino blu svolazzante tutto stazzonato, i capelli profumati d’alloro, i tacchi ai piedi e il miracoloso eyeliner Chanel che avrebbe retto anche alle lacrime che non ci sono state, ma alle undici di sera del giorno più agognato della mia vita volevo solo vomitare dalla stanchezza.

Scrivo due giorni dopo, con l’adrenalina metabolizzata e la sensazione di limbo: non più studente, non ancora professionista. Dottoressa, a detta di tuttti; nè carne nè pesce per la legge. Stanchissima, dico io. “Stanca” è la banale, avvilente risposta ad ogni  festoso “Come ci si sente?!” e mi scuso, non ne ho un’altra di riserva. Ieri ho dormito, nell’ordine:  sul mio letto, sull’8, sul tavolo della stanza medici di reparto, appoggiata al muro in corridoio, sul 14, sul divano di Gaia, sul 6, sul tavolo in cucina e infine di nuovo sul mio letto. 

Cosa raccontarvi del giorno del mio ultimo verbale? Cosa voglio che resti ai posteri?

La levataccia alle 5.30 per doccia, trucco, parrucco e ultime ripetizioni del powerpoint; quest’ultima cosa soppiantata infine da mezz’ora alla finestra con Beatrice ed Alessandra a contemplare il puntuale, classico acquazzone estivo dopo 2 mesi di siccità a Firenze che inizia proprio quando ci si stava infilando i sandali (ma ha smesso proprio prima che uscissimo di casa).

Lo sguardo riconoscente e sollevato di Andrea che da mesi rassegnato alla visione di me in mollette, t-shirt e ciabatte mi vede entrare in stanza dopo un restauro che neanche Giotto dopo il lavoro dell’Opificio; uno sguardo un po’ meno riconoscente mentre andava a lavarsi i denti in cucina perché avere accesso nell’unico bagno di casa la mattina della laurea di tre donne era fuori discussione.

Lo sguardo incredibile di mio padre e mia sorella che mi aspettavano alle 7.30 sotto casa.

Avrei immaginato di dovermi vergognare molto di più davanti alla mia famiglia a causa di cartelloni e foto compromettenti, ma fortunatamente gli specializzandi erano quasi tutti al lavoro e la mia reputazione è stata salva... almeno finchè non ho stappato lo spumante. A mia discolpa va detto che era caldo, che ero digiuna dal giorno prima e avevo sete.

Le parole e lo sguardo del mio relatore, una bellissima sorpresa.

Gli abbracci.
L’abbraccio a mio padre dopo la proclamazione. Il momento che ho sempre sognato con il timore che non arrivasse mai (perchè dopo una vita così ho paura di sognare cose belle) bello come neanche nei miei sogni più audaci. Quello di mia sorella, abbracciare una me migliore e ancora più fiera e felice di me. Quello di Andrea, amore,speranza, futuro, cielo. Quello di Alessandro, fortezza. Quelli di chi era lì a rendere tutto vero, tangibile: Tuna, Paola, Ale, Federica, Chiara, Michi, Livio, zia, Tommy,  Andre, Franz, Giacomone, Mary, Alice, Dario e tanti altri. Infine l’abbraccio vittorioso con le mie due guerriere a conclusione di tutto, luce viva.

Le risate felici del mio primario al telefono alle 12.13: “Capoooooo, 108, evvviva! Ora mi scusi ma sono già brilla, ci vediamo domani in reparto!”

Il pensiero di tutti quelli che non erano lì ma mi accompagnavano con il cuore, con gli innumerevoli messaggi a cui non ho risposto (ma sappiate che ad ognuno ho sorriso dal profondo del cuore) e con le preghiere.
Ho pensato a mia madre e a come sarebbe stata questa giornata con lei presente, ringraziandola per questo DNA che si avvolticciola a forma di caduceo che è anche merito e colpa sua. 

E ho pensato ai miei pazienti, a quanto è importante per me vederli gattonare in giro, con i loro disegni, i loro progressi, le loro battaglie. E ho pensato che ciliegi del genere meritano una vita di amorevole giardinaggio.
La bottiglia che mi ha reso brilla prima di mezzogiorno brindava al momento della fioritura.

Questa laurea è per i fiori rosa che verranno.

giovedì, giugno 16, 2011

Succo di surreni

Pensa a chi crede in te, pensa che non ci sei ancora finché non ci sei, pensa al whisky alle 9 di mattina che ti aspetta l'ultimo giorno in cui porgerai il libretto. Surreni spremetevi, perché tutto sia vicino come non mai.

sabato, maggio 28, 2011

A un passo dal sogno

Questa distanza si percorre con la forza della fiducia che gli altri ripongono in te, la si percorre per non deludere chi spera e progetta con noi. La percorro pensando ai sorrisi sui volti a cui tengo, la percorro pensando ai miei primi professori, questi pazienti pazientissimi con una gran voglia di insegnarci nonostante le loro beghe.

La percorro senza sapere come faccio ancora a ridere, con quali forze reggo questi ritmi, chiedendomi come poter usare gli spazi articolari per stiparci dentro nozioni - perché le suture craniche sono già diastatiche. La percorro con chi ha condiviso tutto dall'inizio, ringraziando Dio per non essere sola. 

giovedì, maggio 19, 2011

Protego fuori servizio

Mi hai spiegato tu perché mia mamma ha smesso di studiare medicina. Me l'hanno spiegato gli occhi di tuo padre, quelli della caposala che ripiegava rabbiosamente il lenzuolo, lo diceva il silenzio di ieri sera.

Ho capito che non bisogna mai essere troppo stanchi perché se ci sono da affrontare giornate come queste la stanchezza offre delle crepe di cui le emozioni approfittano, e non va bene. Non possiamo confrontare la nostra pena con quella ingestibile, inesprimibile, di chi aspetta fuori.

Forse un giorno mi spiegheranno se esiste qualcosa di simile all'incantesimo-scudo di Harry Potter, come evocarlo, come impararlo. Fino ad allora mi limiterò a fissare le macchine nel parcheggio che attendono le sole cose positive di queste giornate: la felicità viene chiusa con cura al fresco e portata via con un miscuglio di incredulità, di gratitudine, di speranza. Fuori il sole è impietoso.

Vado via anche io, vado via ad occhi bassi per rispetto di quei gusci vuoti dagli occhi rossi e dal cuore immenso posati contro le pareti verdi.
E se avessi una bacchetta magica la cederei a loro.

venerdì, aprile 15, 2011

24+6

Ti racconto Parigi viola e calda e luminosa, provo a spiegarti che odore hanno le olive nel pane caldo, come suonano le campane di Notre Dame. Non sai cos'è la panna, quindi è inutile che ti faccia paragoni idioti con le nuvole sotto l'aereo. Ti arrabbi se ti tocco e ne sono felice, ma togliti la manina dal naso. Quella cosa fastidiosa deve restare lì. 
Mentre ti tolgo la manina dal sondino visto che non hai intenzione di farlo da solo mi afferri il polpastrello, mi copri l'unghia dell'indice con le tue dita. 

Sei nato stamattina alla ventiquattresima settimana, 6 mesi scarsi di vita intrauterina. Sei andato in arresto, ti hanno rianimato... e i tuoi genitori ti hanno abbandonato. 
C'è più vita intorno al mio polpastrello di quanta ce ne sia in tutta Firenze e sono arrabbiata, perchè vorrei avere una buona ragione per non odiarli. 
E non dovrei nè pensare a loro, nè pensare a te, ma mi hai acchiappato una falange con la tua manina violacea, minuscola e perfetta, te che non sei mai stato baciato sulla testolina, te che ti muovi energico dall'alto dei tuoi 590 grammi e che invece dovresti stare fermo per risparmiare energie e mettere su ogni punto di saturazione e vincere le mille cose contro cui stai combattendo. 
Sono qui fuori dalla tua incubatrice e come ninnananna ti sussurro di farcela, perchè Parigi ad aprile è incantevole, perchè qui fuori tutto o quasi è bellissimo, e perchè se ce la fai sarai riempito di baci e questa è una cosa per cui vale la pena vivere.

domenica, febbraio 13, 2011

Gone with the ink

When you need something THAT much you're not gonna do this so easy: easier searching for answers than finding them. I usually find many answers amongst all the words I lay down on this page: on a white screen, things just shine out better. 
This final rush is mentally enternal, phisycally exausting and personally crappy. Lack of concentration pisses me off far more than all the other things that may and should: I'm not used to less-than-full efficiency. Next step is wondering, many times a day, why the end must be such an agony. I'm surgical, I cut clean. 
Maybe this time I'll learn patience and endurance or, more probably, I'll go nuts before graduating; anyway, the point is that if I could do what I truly would love to... I know I'd regret it in so many ways. 




domenica, novembre 28, 2010

The Hands of Time

Nei rari momenti in cui non penso a come meglio impiegare le mie mani penso al tempo e alle volte che mi ha dato la mano per camminargli vicino. Penso alla mia testarda incredulità, a come scuoto la testa quando ritengo che qualcosa sia troppo perchè io lasci la mia mano lì.
Ai miei errori, e al fatto che finalmente li chiamo così.
E poi torno a pensare a come meglio impiegare le mie mani, nella speranza che il tempo faccia uno sconto ogni tanto, turning back its hands. Somehow.

mercoledì, ottobre 13, 2010

Dove?


Portami dove non serve tremare,
dove non serve che io freni,
dove non sono sfinita,
dove i dubbi non sono ancora arrivati.
Portami dove c'è il giusto asfalto per le mie suole,
dove è l'orizzonte di ogni mio ritorno e di tutti gli arrivederci.
Portami dove vorrò restare
che sarà anche da dove ricominciare a camminare.

lunedì, ottobre 04, 2010

PTSD

Oggi, 3 ottobre 2010, ho operato in modo autonomo la mia prima indagine di statistica di popolazione mista ad epidemiologia. Il risultato, in breve, è che il mondo è popolato da larga parte di stupidi perchè la stupidità in realtà è una mutazione vantaggiosa per la sopravvivenza. Se non poche domande, risposte stupide, nette, ma che salvano da trivellazioni filosofiche i portatori dei geni in questione.

Oggi, ad esempio, avrei tanto voluto essere stupida.

A mezzogiorno non credevo sarei arrivata a mezzanotte respirando in modo autonomo. 
Non credevo sarei riuscita a percorrere i marciapiedi di tre stazioni con due valigie, ed il cuore più pesante di loro sullo stomaco. 
Non credevo sarei riuscita ad evitare di chiedere a chiunque "Ma lei ha idea di come io mi senta oggi?".

Invece sono qui, 18 atti respiratori al minuto, le braccia doloranti, uno stomaco pieno di lasagne buonissime che potevano benissimo essere cartone o colla ed io non me ne sarei accorta. Non ho neanche importunato nessuno.

Resta questo scomodo peso sopra al diaframma, un peso che mi ricorda quando mi svegliavo ogni mattina già con un mattone appoggiato e non capivo perchè ci fosse, almeno per i primi 4 secondi. Poi facevo mente locale ed il mattone acquistava corpo, viso, dolore. Allora avevo un sesto senso.
Adesso odio il mio settimo, che già sa con certezza quale viso, quale nome dare a questo nuovo mattone, e quanto dolore sta dando. Sperando si fermi presto. Sperando si fermi.
 
Gli stupidi si fermano a 5 sensi, ed io i miei due in sovrappiù li regalerei volentieri. Credo che vivrei meglio. 

Grey's Anatomy insegna che il PTSD  si può manifestare in modi diversi. A me si manifesta col contrappasso: sono una che ama costruire nella vita. Quindi mi becco un mattone sullo sfintere esofageo inferiore. 

Positività nell'anamnesi patologica remota, ma siccome non è una recidiva ed è risultato di un comportamento voluttuario, è da definire come manifestazione ex novo.

Se fosse un secondo cancro al polmone in un fumatore che l'aveva scampata alla prima direi che è stupido.
Ma purtroppo io non sono stupida. 
Non è lo stesso mattone.
E lo sfintere esofageo inferiore non è un muscolo che si possa allenare.

Il male fa dimenticare che sintomi dà la felicità. Peccato, era uno dei miei argomenti preferiti.

giovedì, settembre 23, 2010

Tramontate, stelle

Il seguito lo scrivo domani. 
O forse no, in questa mia fase intimista e serena le parole non mi servono. Chi l'avrebbe mai detto che Laura potesse arrivare a pensare questa cosa...  Da adesso, solo parole indispensabili, parole in cui credo, di cui me ne frega qualcosa. E le persone di conseguenza. 

venerdì, settembre 10, 2010

La solitudine dei numeri primi

Arriva il momento in cui devi capire se un'occasione è più persa o più vinta.
Ho i numeri per vincerla anche senza il numero desiderato, quando avrò voglia.

venerdì, settembre 03, 2010

3 settembre 1983

Papà mi diceva oggi che il 2 settembre di 27 anni fa a Bagnara c'era una tempesta di quelle fragorose che tolgono la visibilità a 3 metri: Luciano e Gabriella sono dovuti salire fino a Sant'Elia per evitare al di lui parentame di sfracellarsi giù per i tornanti che portano al paese. L'indomani era una giornata perfetta.
Il cielo di allora illumina la stanza dove apro l'album fotografico di cuoio.
 Delle foto mi colpiscono le macchie di rampicanti sui palazzi, gelsomini e bouganvillae allo stesso posto di oggi, ed alcuni visi per me fuori posto in quella cornice. Molta della gente che adesso ha il doppio dei miei anni nelle foto aveva meno rughe di me in questo momento, e mi piacerebbe poter far tornare Luciano fisicamente indietro nel tempo in quell'istante di beatitudine in cui guarda l'amore della sua vita in bianco che avanza verso di lui, un pinocchio smilzo e barbuto in un completo blu perso, perso in qualcosa di simile alla contemplazione.
Darei quanto posso, tutto ciò di cui sono in possesso, vita felicità e quel poco che di mio c'è, per fargli rivivere quell'abbaglio proprio oggi.
27 anni sono lunghi come me tra due anni. Sono lunghissimi, sebbene io finga di essere giovane.
Ma, per assurdo, 16 sono più lunghi ancora.

Dalle foto traspare che nessuno pensava che ciascuno di loro fosse un po' Damocle, che queste foto avrebbero reso loro ingiustizia agli occhi del futuro. Di sicuro quella coppia fiduciosa, complice e solida che sorride dal Belvedere di Scilla e buca di felicità la carta lucida non si aspettava così poche occasioni, così pochi sorrisi. Realisticamente, gliene fregava qualcosa del futuro?
Si direbbe però dalle lacrime che sfuggono dagli angoli delle palpebre viola che l'amore non sia qualcosa che un nodo alla gola possa fermare, o la morte separare. Vedo che questa maledizione esiste, questa fedeltà e questa sofferenza da cane.
Il nodo alla gola viene a me nel non sapere cosa augurarmi di vivere, se l'oblìo all'occorrenza o qualcosa di troppo grande per poter essere rifiutato.

Ma oggi le mani si spostano presto dalla tastiera alle pagine dell'album, testimoni di ciò che è l'unica cosa in grado di mettere per un po' a riparo Luciano da tutte le forme di dolore che, crudelmente proprio oggi, si sono date appuntamento nelle sue fibre delta. Quasi uno sfregio.

Non sapevano di non poter nulla contro il mare e i gelsomini fuori dalla Matrice, contro quella stupida sacra felicità di cui mia madre brilla nelle foto che ancora e persino oggi illumina il viso di mio padre.

lunedì, agosto 30, 2010

Un canto di sirene ad ogni passaggio

"E fu il calore di un momento, poi via di nuovo verso il vento, davanti agli occhi ancora il sole, dietro alle spalle un pescatore..."

Ho cominciato a scrivere questo post nella mia testa quando i sassolini nel costume non erano sufficientemente scomodi da farmi alzare da dov'ero, immersa nella risacca ad ogni andirivieni del mare, sotto ad un azzurro impietosamente perfetto da ripagarmi di ogni giorno in cui l'ho sognato da lontano.
I momenti preziosi si sono infilati uno dietro l'altro come perle, tutti uniti da un fil rouge gastronomico da cui nulla può prescindere.

Una T-shirt bianca con vista su Scilla sfavillante al tramonto.
Granite e brioche, ho perso il conto.
Nonna e le sue sfilze interminabili di frittelle e di rimproveri pieni di anni e d'amore.
La famiglia che si unisce in un fronte comune non appena si rannuvola l'orizzonte.
Una cena con cugini che è una specie di cabaret.
Un concerto al belvedere che mi ha fatto tanto sorridere.
I capricci e l'intelligenza di Sasha, gli occhi di Jonathan, il sorriso di Davide, il dolcissimo peso di Riccardo che si addormenta tra le mie braccia accontentandosi di una ninnananna in gaelico sicuramente stonata.
Il viola violento delle bouganvillaes fiorite ovunque.
Tanto di quel sole che credo si siano abbronzate persino le ossa.
La grande soddisfazione per un rapporto che è una scommessa vinta.
Il mare ingrossato di ieri, per ricordarmi che dalla corrente conviene farsi portare senza troppe storie e che se non osi poi rimpiangi.

Pensavo non si potesse raggiungere alcuna vetta maggiore di serenità, e ho scoperto che mi sbagliavo durante una notte di tamburelli ed organetti e voci e piedi pestati e passi inventati in cui ho sudato la vecchia nostalgia per far spazio alla nuova: quel genere di rari momenti in cui sai di essere al posto giusto al momento giusto.

A gambe stese sui sedili di un regionale che mi riporta tra le piovose montagne abruzzesi la sensazione é più o meno la stessa, forse un po' più dogmatica, ma so di essere dove devo, anche se le sirene sono ormai lontane. Ubi maior, abbassano la voce... ma non ci si lega mai bene abbastanza per restare incolumi.

L'unica magia a cui non sarò mai immune è chiusa in un angolino di acqua e sassi da cui per troppo tempo resto lontana, che sempre mi abbaglia e da cui sempre troppo presto devo scappare, ancora e per sempre irretita.

"...nelle braccia già di un treno 
che lasciava dietro 
un cielo da dimenticare 
mia nonna che mi dava il cuore 
delle rondini 
"un giorno dovrai andare". 
Nuda di lacrime
lasciavo il mio oriente 
senza parole nuda per la mia gente..." 
(Mia Martini, Il mio oriente)

giovedì, luglio 22, 2010

Dall'altra parte

Oggi è uno di quei giorni in cui la vita e mille dei suoi lati sembrano dipanarsi davanti ai miei occhi.
Giorno di spossatezza, di studio -tanto per cambiare.
Giorno di fierezza, di quando le cose cambiano.

Quando si passa dall'altra parte niente è più come prima nelle nostre vite. Nei nostri legami, nelle nostre agende, niente sarà più logisticamente facile come era fino a ieri.
La paura di perdersi può più di tutte le altre paure, e guasta la gioia.

Sei-otto volti senza cui tutto sarebbe stato diverso, peggiore, volti che vorrei avere nella mia vita in modo costante...e un anno e mezzo di tempo per abituarmi alla lontananza senza scadenza.
Il prezzo di una vita senza radici è che il vento mi sparpaglia via come fossi fatta di tanti piccoli pezzi. E forse è così. Tutti i volti lì a portata di braccia nello stesso momento. Non sarò mai più intera come stamani.
Forse per tutti noi è tempo di essere interi altrove ed altrimenti.


Ma resta unito chi lo vuole davvero, e il vento resta ad ululare fuori.

Merci les gars.

mercoledì, luglio 14, 2010

Sortir la grande voile

La sensazione di questi giorni merita un post.
Non è il solito stress pre-esami, la solita disfagia paradossa, la nausea dopo troppo caffè. Cioè, ci sono anche quelli, ma non è tutto lì. Non stavolta.

4 mesi francesi a dir poco pieni. Pieni di tutto. 

Ho imparato che gli incontri avvengono quando per una ragione o per un'altra, non necessariamente le più ovvie, siamo al limite. Bisogna capire perchè, e dargli solo il significato che hanno, senza ricamarci su.

Ho imparato che bisogna avere amici con cui parlare in ogni posto dove si è.

Ho imparato che anche -e soprattutto- certi re-incontri/scontri seguono la stessa dinamica, ma richiedono umiltà, coraggio e di mettere in tavola tutto l'amore che c'è. Poi però ripagano di tutto, e lo fanno a vita.

Ho imparato che guardare un bambino che cammina e che corre e che sta dritto è ciò che di più bello la medicina mi abbia offerto finora. Dopo la paura della nuova strada ho capito che c'era un sentiero bellissimo, solido e difficile, persino clinico se si hanno le palle di restare clinici. E non dimenticherò mai le parole del mio chef, Ne te laisse pas faire.
Laura ha detto sì ai bambini sfasciati.

Ho imparato che nessun ampio salone, divano, camera o bosco valgono il lusso di una piscina condominiale. O del mare fuori dalla finestra, che ancora penso sia la cosa più bella che una casa possa vantare oltre alle risate dei bambini.

Ho imparato che un anello al dito non è così spaventoso come pensavo, e in questo caso è come se ci fosse da sempre, perfetto leggero brillante mio, e che il futuro non arriva tra due ore, anche se sembra vicinissimo perchè ci sono mille cose da fare. Quello che ancora non so fare è gestire l'inadeguatezza di fondo che sento per tutto ciò che finora non avevo mai fatto davvero. Tipo, sognare con qualcuno. Volare alto.

Appena rientrata, investita da esami uno dietro l'altro, guardo l'abbronzatura scolorire tristemente e la vita riprendere il suo corso 'normale'. La bellezza di tutto ciò mi era rimasta preclusa finchè non ho sincronizzato l'orologio di fuori con il mio, e non viceversa: sono finalmente serena nel tran-tran, pronta a un anno di quelli dove dai proprio tutto. Che inizia con 4 esami in venti giorni, una cena solo io e mia sorella, un sabato con papà a Roma semplicemente per stare insieme, una vacanza in Croazia, un giro del Viso, del tempo a casa con Andrea.
E poi chissà quando, ma ci sarà, qualche giorno da nonna.
Quel mare che amo e mi manca tanto, stavolta sarà comunque da una prospettiva diversa. 




Ho preso il largo. 


lunedì, maggio 24, 2010

Simple Together

Ci sono canzoni che non vorresti mai divenissero la colonna sonora della tua giornata - o della tua notte bianca.
Stavolta le parole le ho prestate io ad una voce migliore, e mi tornano nello stomaco stringendo il nodo.

Poi lo sguardo cade su un bellissimo petalo rosso di gerbera posato sul tavolo: progettare e sognare è quanto di più bello e penoso sia in nostro potere.
Un buco su di un nodo su un buco e un po' di caffè. La tristezza di una tazzina inutilizzata e della caffettiera non vuota.

Mi sono appena svegliata e già non ne posso più di questo sole.

mercoledì, maggio 19, 2010

Bilan 5x2

Ce post, il faut que ça soit en français. 

Je regarde ma promo souriante et unie devant le département d'Anatomie pour la photos du dernier jour de cours, la photo finale de ces 6 ans de sueurs et fatigue. Je les vois heureux sous le soleil de Florence, tous en attente de la soutenance du mémoire, tous prêts à être médecin dans quelque mois. Je peux pas m'empêcher de sourire.

Il y a un an, j'aurais senti quelque part en moi de la jalousie pour ce qu'ils sont en train de faire et que moi je ferai que dans un an. Il y a un an, mon choix n'était pas si simple, pas si évident comme il l'est maintenant.
Choisir de ne pas garder le rythme de marche des autres pour moi, toujours première, toujours au sommet, n'as pas été facile. Faut dire que j'ai appris à accepter le fait d'être dans la moyenne, ou bien au dessous, bientôt pendant mon cursus d'études: un petit train à vapeur parmi des TGV.

Redoubler c'est un peu perdre, c'est la débâcle, c'est ça. Il faut surtout pas!

C'est seulement après que j'ai fait mon choix de redoubler, choix bien plus difficile par rapport au retourner de la Bolivie ou au quitter le patinage, que je me suis sentie soulagée. Un soulagement comme je n'en sentais plus depuis les années des entraînements à fond sur la glace, quand je sortait pleine de bleues partout et j'étais motivée pour aller bosser Kant. 

Après, je suis partie pour la France. Et c'est là que j'ai finalement découvert que ce que me semblait une offense à mon père (qui par contre était franchement content), ce que toute la famille me reprochait, se révélait être un cadeau pour mes futurs patients. Et, surprise surprise, pour mes patients du présent. Parce-que j'aurais jamais pensé de pouvoir établir le lien entre savoir et savoir faire déjà à 23 ans. Mais les choses viennent petit à petit, et tout a eu sa raison d'être la premier fois que j'ai demandé le bisturi, le moment de ma prèmiere incision.

 Le fait d'être exigeante avec moi-même, si méticuleuse, c'est bien ça mon cinquième fois deux. C'est les choses que j'aurais jamais faites ailleurs, c'est les gens que j'ai rencontré ici, c'est tout ce qui remplit les poches de toute blouse que je mettrai dans ma vie. C'est cette langue, qui trompe les gens chez moi quand je parle. C'est cette ville qui m'a vu grandir plus que Florence pourra jamais, et qui m'a montré que mon futur peut vraiment être n'importe où. 

Alors là, là je regarde ma promo en photo, je regarde tous ces soon-to-be-doctors, à certaines je confierais quelqu'un de ma famille sans soucis, à la majorité des autres même pas une ongle encharnée. Je les regarde, mais je sens que j'ai vraiment rien raté.

Le petit train à vapeur ne regrette rien.

venerdì, aprile 30, 2010

قلب

"The thing about plans is they don't take into account the unexpected, so when we're thrown a curve ball, whether its in the O.R. or in life, we have to improvise. Of course, some of us are better at it than others. Some of us just have to move on to plan B, and make the best of it. And sometimes what we want is exactly what we need. But sometimes, sometimes what we need is a new plan."