giovedì, luglio 22, 2010

Dall'altra parte

Oggi è uno di quei giorni in cui la vita e mille dei suoi lati sembrano dipanarsi davanti ai miei occhi.
Giorno di spossatezza, di studio -tanto per cambiare.
Giorno di fierezza, di quando le cose cambiano.

Quando si passa dall'altra parte niente è più come prima nelle nostre vite. Nei nostri legami, nelle nostre agende, niente sarà più logisticamente facile come era fino a ieri.
La paura di perdersi può più di tutte le altre paure, e guasta la gioia.

Sei-otto volti senza cui tutto sarebbe stato diverso, peggiore, volti che vorrei avere nella mia vita in modo costante...e un anno e mezzo di tempo per abituarmi alla lontananza senza scadenza.
Il prezzo di una vita senza radici è che il vento mi sparpaglia via come fossi fatta di tanti piccoli pezzi. E forse è così. Tutti i volti lì a portata di braccia nello stesso momento. Non sarò mai più intera come stamani.
Forse per tutti noi è tempo di essere interi altrove ed altrimenti.


Ma resta unito chi lo vuole davvero, e il vento resta ad ululare fuori.

Merci les gars.

mercoledì, luglio 14, 2010

Sortir la grande voile

La sensazione di questi giorni merita un post.
Non è il solito stress pre-esami, la solita disfagia paradossa, la nausea dopo troppo caffè. Cioè, ci sono anche quelli, ma non è tutto lì. Non stavolta.

4 mesi francesi a dir poco pieni. Pieni di tutto. 

Ho imparato che gli incontri avvengono quando per una ragione o per un'altra, non necessariamente le più ovvie, siamo al limite. Bisogna capire perchè, e dargli solo il significato che hanno, senza ricamarci su.

Ho imparato che bisogna avere amici con cui parlare in ogni posto dove si è.

Ho imparato che anche -e soprattutto- certi re-incontri/scontri seguono la stessa dinamica, ma richiedono umiltà, coraggio e di mettere in tavola tutto l'amore che c'è. Poi però ripagano di tutto, e lo fanno a vita.

Ho imparato che guardare un bambino che cammina e che corre e che sta dritto è ciò che di più bello la medicina mi abbia offerto finora. Dopo la paura della nuova strada ho capito che c'era un sentiero bellissimo, solido e difficile, persino clinico se si hanno le palle di restare clinici. E non dimenticherò mai le parole del mio chef, Ne te laisse pas faire.
Laura ha detto sì ai bambini sfasciati.

Ho imparato che nessun ampio salone, divano, camera o bosco valgono il lusso di una piscina condominiale. O del mare fuori dalla finestra, che ancora penso sia la cosa più bella che una casa possa vantare oltre alle risate dei bambini.

Ho imparato che un anello al dito non è così spaventoso come pensavo, e in questo caso è come se ci fosse da sempre, perfetto leggero brillante mio, e che il futuro non arriva tra due ore, anche se sembra vicinissimo perchè ci sono mille cose da fare. Quello che ancora non so fare è gestire l'inadeguatezza di fondo che sento per tutto ciò che finora non avevo mai fatto davvero. Tipo, sognare con qualcuno. Volare alto.

Appena rientrata, investita da esami uno dietro l'altro, guardo l'abbronzatura scolorire tristemente e la vita riprendere il suo corso 'normale'. La bellezza di tutto ciò mi era rimasta preclusa finchè non ho sincronizzato l'orologio di fuori con il mio, e non viceversa: sono finalmente serena nel tran-tran, pronta a un anno di quelli dove dai proprio tutto. Che inizia con 4 esami in venti giorni, una cena solo io e mia sorella, un sabato con papà a Roma semplicemente per stare insieme, una vacanza in Croazia, un giro del Viso, del tempo a casa con Andrea.
E poi chissà quando, ma ci sarà, qualche giorno da nonna.
Quel mare che amo e mi manca tanto, stavolta sarà comunque da una prospettiva diversa. 




Ho preso il largo. 


lunedì, maggio 24, 2010

Simple Together

Ci sono canzoni che non vorresti mai divenissero la colonna sonora della tua giornata - o della tua notte bianca.
Stavolta le parole le ho prestate io ad una voce migliore, e mi tornano nello stomaco stringendo il nodo.

Poi lo sguardo cade su un bellissimo petalo rosso di gerbera posato sul tavolo: progettare e sognare è quanto di più bello e penoso sia in nostro potere.
Un buco su di un nodo su un buco e un po' di caffè. La tristezza di una tazzina inutilizzata e della caffettiera non vuota.

Mi sono appena svegliata e già non ne posso più di questo sole.

mercoledì, maggio 19, 2010

Bilan 5x2

Ce post, il faut que ça soit en français. 

Je regarde ma promo souriante et unie devant le département d'Anatomie pour la photos du dernier jour de cours, la photo finale de ces 6 ans de sueurs et fatigue. Je les vois heureux sous le soleil de Florence, tous en attente de la soutenance du mémoire, tous prêts à être médecin dans quelque mois. Je peux pas m'empêcher de sourire.

Il y a un an, j'aurais senti quelque part en moi de la jalousie pour ce qu'ils sont en train de faire et que moi je ferai que dans un an. Il y a un an, mon choix n'était pas si simple, pas si évident comme il l'est maintenant.
Choisir de ne pas garder le rythme de marche des autres pour moi, toujours première, toujours au sommet, n'as pas été facile. Faut dire que j'ai appris à accepter le fait d'être dans la moyenne, ou bien au dessous, bientôt pendant mon cursus d'études: un petit train à vapeur parmi des TGV.

Redoubler c'est un peu perdre, c'est la débâcle, c'est ça. Il faut surtout pas!

C'est seulement après que j'ai fait mon choix de redoubler, choix bien plus difficile par rapport au retourner de la Bolivie ou au quitter le patinage, que je me suis sentie soulagée. Un soulagement comme je n'en sentais plus depuis les années des entraînements à fond sur la glace, quand je sortait pleine de bleues partout et j'étais motivée pour aller bosser Kant. 

Après, je suis partie pour la France. Et c'est là que j'ai finalement découvert que ce que me semblait une offense à mon père (qui par contre était franchement content), ce que toute la famille me reprochait, se révélait être un cadeau pour mes futurs patients. Et, surprise surprise, pour mes patients du présent. Parce-que j'aurais jamais pensé de pouvoir établir le lien entre savoir et savoir faire déjà à 23 ans. Mais les choses viennent petit à petit, et tout a eu sa raison d'être la premier fois que j'ai demandé le bisturi, le moment de ma prèmiere incision.

 Le fait d'être exigeante avec moi-même, si méticuleuse, c'est bien ça mon cinquième fois deux. C'est les choses que j'aurais jamais faites ailleurs, c'est les gens que j'ai rencontré ici, c'est tout ce qui remplit les poches de toute blouse que je mettrai dans ma vie. C'est cette langue, qui trompe les gens chez moi quand je parle. C'est cette ville qui m'a vu grandir plus que Florence pourra jamais, et qui m'a montré que mon futur peut vraiment être n'importe où. 

Alors là, là je regarde ma promo en photo, je regarde tous ces soon-to-be-doctors, à certaines je confierais quelqu'un de ma famille sans soucis, à la majorité des autres même pas une ongle encharnée. Je les regarde, mais je sens que j'ai vraiment rien raté.

Le petit train à vapeur ne regrette rien.

venerdì, aprile 30, 2010

قلب

"The thing about plans is they don't take into account the unexpected, so when we're thrown a curve ball, whether its in the O.R. or in life, we have to improvise. Of course, some of us are better at it than others. Some of us just have to move on to plan B, and make the best of it. And sometimes what we want is exactly what we need. But sometimes, sometimes what we need is a new plan."

domenica, aprile 04, 2010

Gate B05

Un post direttamente scritto in aereoporto ancora non mi era mai capitato.
Presa dal quotidiano, dalla spossatezza, dalle mille cose che compongono la vita di chi vive solo e lavora, scrivere sta diventando sempre meno automatico.
Una volta era un tictictic sui tasti non appena avevo uno spunto. Ricordo che una volta ho scritto qualcosa persino sul Vape alla menta con cui mi intossicavo nelle notti estive per studiare con la finestra aperta senza che le zanzare facessero di me un unico pomfo bipede.
Adesso ho troppe, troppe cose su cui scrivere.

3 settimane fa volevo fortemente buttar giù il mio bilancio di fine stage in medicina vascolare, ma l'inizio del successivo è stato senza una tregua nel mezzo, e da allora se dormo abbastanza è già un regalo, figuriamoci scrivere. A quante mail non ho ancora risposto?
Medicina vascolare, dicevo: un reparto di luci ed ombre. Pazienti che non ce la fanno ad uscire di lì con entrambe le gambe, altri che non ne escono proprio, altri invece che non sono que du bonheur, come si diceva l'ultinmo giorno del mio stgae con la specializzanda più in gamba mai conosciuta, entrambe con gli occhi lucidi dopo aver visto un paziente camminare dopo mesi di degenze e complicazioni, ed una ragazza di 29 anni a tre settimane da una morte fetale, 45 minuti di rianimazione e 3 giorni di coma tornare alla vita normale, a sua figlia di 3 anni e al suo compagno che le aveva sventolato davanti al naso un diamante grosso così e una proposta di matrimonio mentre la stavano stubando.
Come diceva Annabel, que du bonheur. 
Nonostante le morti, i fallimenti terapeutici, le diagnosi pesanti.
Per sopravvivere al nostro lavoro non dobbiamo mai smettere di fare bilanci.


Il mio aereo parte tra un'ora e mezza, potrei forse anticipare la partenza cambiando volo ma in realtà non ho fretta.
Quante ore sono rimasta a casa, a malapena 48? Una ricarica rapida di famiglia, di profumi, di caffè, di abbracci risate confidenza e intimità che con nessun altro ho. Mia sorella e la nostra comunicazione da gemelle, la nostalgia che ho di lei sempre. Mio padre e il suo essere affettuoso, la sua fisicità, i suoi abbracci da orso e come resta in silenzio me e Gaia fare il nostro solito cabaret, guardandoci come trovando una conferma di aver fatto un buon lavoro. Parola mia, non credo avrebbe potuto fare di meglio.
Si può essere così legati, in famiglia? Saprò ricreare questa atmosfera magica che ci tiene coesi anche se lontani, come incollati da elastici, quando avrò una famiglia mia?
Una volta non era così difficile lasciarli indietro mentre tornavo alla mia vita universitaria. Oggi è stato insopportabile. Ho semplicemente paura di perdermeli mentre crescono. E mi sento molto egoista per il fatto di non essere mai lì, mai abbastanza presente.


Oggi scappavo mentalmente dalla pioggia mentre parlavo con nonna, dal cui tono di voce si intuiva il sole che invece splendeva a Bagnara. Pasqua a Bagnara vuol dire mille cose, una vita di ricordi, e mi sono lasciata investire per un attimo mentre preparavo invece il borsone per andare verso nord e poi verso ovest, mentre il richiamo del sud comincia a farsi insostenibile.
Invece torno alla vita che mi sono scelta, lontana, piovosa, per qualche mese ancora vicina ad Andrea, e ai bimbi dalle ossa rotte che mi stanno di giorno in giorno più simpatici nonostante l'orario a cui mi buttano giù dal letto ogni mattina.
Se avessi fatto questi sei mesi a Firenze avrei avuto ritmi distesi, tempo per preparare gli esami ed avvantaggiarmi con leggiadria, tempo per godermi gli amici che mi mancavano lo scorso anno e che mi mancano ora più di prima, e sarei con le mie due splendide coinqui che mi hanno reso lo scorso semestre un vero idillio.
Tolosa mi offre l'occasione di cementare un rapporto, di cimentarmi in cose nuove, di darmi da fare davvero per vedere se questa vita è possibile.


Ogni giorno mi ripeto che ne sta valendo la pena, che prendo più di quanto lascio. Poichè i bilanci si fanno alla fine, prego che mi diano ragione.


Un'ultima occhiata allo specchio prima di imbarcarmi, odio sentirmi meno a posto delle hostess. 

lunedì, marzo 08, 2010

The Mission

Cos'è bene questo post non lo so ancora. Sono le sei del mattino, dalla finestra inizio ad intravedere la neve che cadendo si staglia contro il buio blu di un'alba che non si concede più di tanto. Ieri sera Chiara mi ha passato alcune canzoni, e tra tutte quella di Jovanotti mi regala qualche frase giusta al momento giusto: dopo una notte quasi insonne ascolto un riassunto di tutti i miei pensieri già pronto "La tua vera natura, la giustizia del mondo che punisce chi ha le ali e non vola..."
Vita natural durante dovrò insegnare agli altri -quando io per prima non saprò come fare- come convivere con tutti i lati di me: Laura donna, Laura chirurgo, Laura forse un giorno madre, moglie, primario spero di no, medico senza frontiere invece sì.

Come battezzarlo, questo post, l'ho appena scoperto. Nelle cuffie ho la colonna sonora di The Mission, una musica dove al posto delle pause ci sono i brividi che passano direttamente dall'orecchio alla pelle. Una missione può essere una vita vissuta come un banchetto, dalla spesa alla cucina fino al rumore delle posate nei piatti: una vita quattro stelle Michelin.
Quali sacrifici richiedono però quelle quattro stelle?
Sono pronta a pagare il prezzo?

Forse l'unico modo per essere degni di ciò che ci aspetta, di ciò per cui combattiamo da tanto, è arrivare a saper dire di no di fronte a una cosa più grande di noi che ti condurrebbe altrove rispetto alla tua meta.
Quel 'no'... quel 'no' è la parola più pesante del mondo. Ma solo con uno zaino leggero si arriva lontano.

lunedì, febbraio 08, 2010

Le scarpe ai piedi

Sono tornata sul luogo del delitto da ormai 3 settimane, in questo Sud-Ovest sempre zuppo di pioggia che mi fa sognare il mare di Bagnara, il posto da cui più mia madre è voluta fuggire e l'unico porto dove io ritrovi lei e la mia pace.

Per cosa sono tornata qui a Toulouse, ancora devo scoprirlo per bene. Mesi di tirocinio diverso dalle lunghe estenuanti visite fatte in 12 persone a Medicina Interna a Careggi, mesi per confermare una scelta, mesi per decidere dove far rotta quando sarà il momento di salpare per davvero. Mesi per addestrare la ciurma alle intemperie mentre finalmente si naviga in acque meno mosse.
Mesi anche per convincere le probabilità a schierarsi dalla mia parte: so che sarò responsabile di ogni punto percentuale che avrò contro.

Camminando tra i mattoncini rossi che compongono questa città -che detta così può sembrare fatta di Lego- sento distintamente la sensazione di 'transitorietà'. Ancora una volta, sono di passaggio, ospite nonostante la città sia un po' mia. Come lo è Firenze.

Prendo questi mesi anche per trovare un posto dove sto bene come sto con me stessa, quello che vorrei definire chez moi. Più che trovarlo devo riconoscerlo, ed avere poi il coraggio di mettere radici immaginando lì il ritorno da ogni mio viaggio, l'albero di Natale, le diverse stagioni, risate, volti che ancora non conosco, un calendario dopo l'altro.
Quando capirò che suo skyline è l'orizzonte di ogni mio ritorno, mi toglierò le scarpe.

La suola da consumare è ancora molta... ma che voglia di posare.




giovedì, gennaio 14, 2010

Ayiti


Secondo me è una bambina.
Che l'uomo sia il padre è chiaro perchè non la sta guardando, ma la tiene come fosse il dono di un offertorio.

Nel momento in cui quest'uomo portava a spasso il corpo di sua figlia morta per ciò che resta delle strade di Port-au-Prince io stavo rimuginando sulle incertezze dei miei sogni. Me ne vergogno.

Dominic mi ha ricordato che c'è un sogno a cui diamo in pasto tutta la nostra gioventù, e che questo sogno è l'unica certezza che abbiamo davvero nella vita, incrollabile anche quando la vita stessa si spezza. E non lo dimenticherò più.

venerdì, dicembre 18, 2009

De Profundis

La sensazione confortevole del vestire un maglione che hai sformato tu. La profonda, ingestibile felicità del ritrovare quella stoffa così intima, e le mille domande che riaffiorano quando lo indossi per pochi secondi... e ti chiedi perchè mai l'hai regalato a qualcun altro.

lunedì, dicembre 14, 2009

Vingt-quatre

I bilanci si fanno ogni giorno", diceva ieri mio padre nel giorno della sua 55esima candelina, ed è una cosa da persona saggia.
Dallo scorso 14 dicembre sono evolute molte cose, molte si sono aggiunte e solo qualcuna è sbiadita. Le persone che hanno popolato le mie giornate in Francia popolano adesso mezza Europa, i miei ricordi ed il mio profilo Fb.
Un'amicizia si è evoluta con lentezza e fantasia, diventando ciò per cui ho tenuto duro: la certezza che non fosse un amorucolo mascherato ma veramente qualcosa di grande in divenire. Anche quando mi sentivo la sola a crederlo, la sola ad avere certezze, a costruirsele. Ma la vita si fa grande così.
Il valore aggiunto di tutto questo è che so di essere capace di fare da pilone di cemento nei momenti in cui vorrei meno esserlo, quando tutto intorno si sfascia e vorrei mollare la presa anche io. Dei doni non facile da gestire non si ringrazia mai bene il Cielo.

In generale, però, l'immagine che viene fuori da questi 12 mesi (18 aerei presi, circa 10 esami dati, 9 mesi di Erasmus, 7-8 chili persi, 6 mesi dell'investimento più duro che c'è, 5 Stati in cui ho dormito, 2 iper-coinquiline, 1 famiglia felice ) è una luce continua, voluta e tenuta accesa caparbiamente proprio a dispetto di quando mi sono sentita una candela al vento.

Probabilmente le prime parole che pronuncerò a mezzanotte avranno a che fare con qualche schifosa malattia della pelle, ma saranno pronunciate con gente che mi vuole bene e con cui c'è sempre posto per the, caffè e risate.
Siccome nessun luogo è lontano finchè non sei tu a permetterlo ho almeno un centinaio di persone che mi abbracciano a mezzanotte.

Ale, Bea e 895820757575839 trilioni di calorie condensate in una torta buonissima

E chissà cosa avrò tempo di combinare prima del quarto di secolo.



lunedì, novembre 30, 2009

Carta bianca

Una graffetta a trattenere tutte le pagine precedenti, tutte le cancellature, gli errori e le orecchie alle pagine. Senza strapparne neanche una: sono tutte un po' ingiallite.
La carta bianca profumata di fresco, la rilegatura che scricchiola come un bacio.
La prima goccia di inchiostro, quella che ogni volta sembra un insulto alla pagina, stavolta la vedo già in prospettiva: è l'inizio di una fiaba già iniziata ma non ancora raccontata.

C'era una volta, diremo un giorno.



martedì, ottobre 27, 2009

La favola bella dell'anno Maya - dieci giorni a San Francisco

La baia arancione dorme ancora nella sua coperta umida mentre le ruote del volo DL 68 si staccano dalla pista e rientrano nella pancia dell'aereo per non disturbare troppo le nuvole di sotto. La penna -rigorosamente governativa- danza sul foglio per raccontare in che strano modo mi mancherà San Francisco, e intanto sorvolo il Pacifico.
Sulle strade, i pier, i tram storici di quella strana e meravigliosa città camminano più senzatetto che non sanno cosa fare delle proprie ossa che non uomini d'affari: persino nel Financial District questa folla di camminanti perenni -sempre dignitosa pur nella follia o n
ella povertà- è stata spettatrice dell'insane happiness che ci ha avvolto come la nebbia fa col Golden Bridge.
Svelando la città in tutti i suoi dislivelli si ha modo di parlare, di meravigliarsi insieme, di riprendere respiro, riconoscersi e confrontarsi: per queste cose sono fondamentali la linea F, i gamberetti al cocco di Bubba, il risotto di mare de L'Ideale e il tacchino di Tommy's Joint.
Fish and chips al mercato, zuppette dal giapponese e granchio fritto dal cinese , per quanto caldamente sconsigliabili a tutti, hanno messo alla prova il 'nella buona e nella cattiva so
rte' giusto perchè, you know, non si sa mai... :-)

Dieci giorni in una sola città possono sembrare troppi, ed invece un paio di più vanno messi in conto perchè you really never know: vatti a immaginare che le chiese sono chiuse la domenica, oppure ti capita che la nebbia non si alzi da Ocean Beach e quindi sei fregato. Nulla toglie che messo piede due blocks più in là il cielo sia di un blu più accecante del sole, quasi a ricordarti che in fin dei conti sei in California; la brezza fredda col sole caldo è un regalo non solo per i turisti, ma soprattutto per gli homeless che finalmente possono dormire senza battere i denti.

Mai avuto tanto blu intorno come in questi giorni nella baia, e mai tanto meno bisogno: in un paio di cm quadrati era racchiuso tutto l'azzurro che mi sta a cuore.
Ero stata messa in guardia dal vento freddo, e la sciarpa verde petrolio di Alessandra ha egregiamente tappato gli spifferi che il mio scudo umano non è riuscito a coprire con un abbraccio: è grazie a lui se il lato caldo della città ha prevalso sulle umilianti scene di anziani che rovistavano nell'immondizia. La sua stretta e i suoi piccoli gesti mi hanno ricordato quanta cura c'è nel mondo dove lui mette mano, ed è un mondo che vorrei custodire.
Nessun altro avrebbe passato ore a guardare i leoni marini con me, riempito la mia valigia
di penne federali, girato per musei ed acquari ogni giorno, condiviso un cigarillos alla vaniglia, assecondato gli esperimenti culinari meno digeribili, taciuto il fatto di soffrire il mal di mare per andare a cercare le balene con me. Ma soprattutto, non avrebbe lasciato a molte altre persone carta bianca per un viaggio da organizzare a sua insaputa, e non guarda nessun'altra in quel modo che mi fa sentire un fiore.

Tra poco atterro a Roma e questo post scritto tra San Francisco, la Georgia e il Lazio vorr
ebbe tanto raccontare dei diversi quartieri della city più piena di bouganvilles del mondo, dei grattacieli del centro e Chinatown, North Beach dove lo Stivale è sui pali della luce, di Haight-Ashbury e dei suoi residui hippies, di Castro e dei suoi eccessi, di Mission e dei suoi ricordi, di Marina e della sua ricca quiete, ma pretendere che un post cammini con i nostri ritmi è un po' troppo, e una cronaca noiosa non si addice a questo viaggio che è stato corrente ad alto voltaggio per delle pile scariche. Mi ha sgombrato il cielo dai fantasmi che vi abitavano, come fa il vento con i pilastri del Golden Bridge.
Custodisco un cuore arancione e limpido, sebbene qui al binario 12 di Tiburtina nessuno se ne curi. So che una volta arrivata a casa c'è chi vedrà questa splendente felicità sul mio volto.

Grazie, am...Andre. :-)



lunedì, settembre 07, 2009

Un caffè insieme al giorno

E volendo anche due. Sono 5 anni che poterti incontrare una volta al giorno è uno dei miei desideri più grandi. Ho cercato in ogni modo di non forzare la tua scelta di città universitaria, anche volendo non ce l'avrei fatta, ma ho sempre sperato che tu ascoltassi il cuore.
E adesso, con due esami da affrontare, un deposito da svuotare e tanta voglia di aiutarti nei tuoi primi passi da matricolina spero che le mie giornate si dilatino, per poter godere meglio ciò che ho aspettato per anni.
Mia sorella nel Granducato ( e anche nel quartiere). Che figata!!

domenica, agosto 30, 2009

La vie en violet - un anno in Erasmus

Nessuna parola è quella giusta per cominciare, ma stavolta dovrò far poco la schizzinosa.

Torno da un anno temprante, ancora scombussolata, ancora intenta a riprendere fiato.
Ero partita convinta di scrivere soltanto, e invece questa Francia ha anche cancellato qualcosa, ovvero il mio vizio di dare le cose per scontate. Di assumere che tutto andrà bene per forza. Questo genere di crescita non arriva gratis: imparare a conquistare avamposto per avamposto ogni cosa mi ha svuotata della serenità impostata di default nel mio cervello.
Ho posato le valigie nella mia stanzetta nel campus ancorata alla visione en rose di tutto. Quando ho iniziato a chiamare con il giusto nome (loculo) la fino ad allora piccola, chouette chambre, lì ho capito che qualcosa stava cambiando. Che io stavo cambiando.
I francesi non sono tipicamente stronzi, sono stronzi e basta. Il primo mese non capisci niente quindi ti rodi il fegato e non puoi nemmeno rispondere. Il gusto buonissimo delle sfuriate en langue dei mesi successivi non ha prezzo... e parlo sia di quelle fatte - segreteria studenti, specializzandi, studenti di secondo anno, ferrista- che di quelle incassate -neo strutturato di pneumologia, ferrista.
La vita ospedaliera è stato il sogno principale di tutto l'anno, due mesi per volta: difficilissima Pneumo dell'inizio, superlativa Cardiochirurgia, prosciugante Pronto Soccorso, rilassante Chirurgia Plastica. Quasi dimenticavo, vestire lo smezzato azzurro che appena lo infili ti senti più sexy che in intimo di pizzo valeva l'intero Erasmus.
Gli esami... il peggiore incubo. Gli Erasmus di Medicina lì hanno più doveri degli altri studenti, ma qualche diritto in meno. Se si fosse saputo all'inizio ci si sarebbe organizzate diversamente.

Se non fosse stato per le persone che han battuto le strade, i quais e le crêperies di Toulouse con me questo anno sarebbe stato un vero inferno.
I nomi sono quelli che popolano le foto che riempiono hard-disk e profilo di FB, alcuni scritti davvero in grassetto: Roberto, Ester, Valentina, Maria, Sancho, Clèm, Dodji. E poi Sebastien, Alberto, Clarisse, Silvain. Alessandra, la mia compagna d'avventura nonchè nuova coinquilina. E Andrea, la mia scommessa più inaspettata e grande.
Senza di loro, sarebbe stato un anno gramo.
Gramo, nonostante Toulouse da sola mi abbia rubato un angolo di cuore e lo tenga con sè, nelle stradine profumate, nei fiori delle aiuole, nei cafè tranquilli, nelle bandiere del Capitole, nella chiesa dei Dominicains, nelle stanze del CCU, nella linee e fermate della metro - Pharmacie, Carmes, Patte d'Oie e Roseraie. Nelle sale operatorie di Cardio.


Il 1° ottobre dello scorso anno scrivevo:

Per me, che non cercavo il Paese di Bengodi ma volevo inventarmi un modo per crescere come medico, questa Francia va infilata come un camice. All'inizio vai in giro tronfio, poi per buona parte del tempo ti chiedi come si porti addosso. Arriverà il momento in cui questo camice sarà una seconda pelle.
Questo Erasmus ha un sapore molto meno festaiolo di quello che leggo nelle mail che mi arrivano ogni giorno dalla Spagna. Ma lo sapevo, e va benissimo così.
Qui... qui c'è la mia sfida, e non lascerò l'arena finchè non avrò vinto, per difficile che sia.

Sono ripartita venerdì dall'arena, sfinita e con un sacco di stress da smaltire. Però, signori miei, ho vinto. E col senno, la fatica e i ricordi del poi so che non era per niente scontato.
Il bello di tutto ciò è che non lascerò che niente di meno forte osi solo pensare di potermi abbattere.

domenica, luglio 12, 2009

Like it's Now or Never

Tra una sessione di amenorree e una di ipercalcemie, dopo aver visto che avevo effettivamente sottolineato qualcosa, mia sorella mi ha portato il lettore DVX con all'interno le ultime due puntate di Grey's Anatomy in lingua originale.
Niente da fare: 5 serie -e quattro anni di medicina- dopo, non una volta ho trovato un episodio sterile. Voglio dire, vedo concetti di senso compiuto anche nelle canzoni di Zucchero, quindi potrei non essere la più referenziata delle giurie, ma giuro che ho provato a mettere tutto il mio cinismo nel giudicare male questi più di 100 episodi pieni di pathos all'americana e situazioni inverosimili... per fallire miseramente.
Da quando tre o quattro casi mi sono capitati -identici, in tutta la loro esageratezza- in reparto, oppure alcune frasi somigliano in modo allarmante ad alcuni miei pensieri e soprattutto da quando ho iniziato a vestire lo smezzato azzurrino in cardiochirurgia ho persino smesso di guardare i dvd.

Rompere la regola stasera mi ha fatto bene. C'era tutto in quelle due puntate, in un'oretta e qualcosa lontana da dove sono ora, dai cani che abbaiano troppo, dalla lavatrice che va (ma siamo sicuri che sia la lavatrice?), da amenorree e ipercalcemie: fondamentalmente credo ci fosse ogni tipo di scelte, nel caleidoscopio di sentimenti possibili. E mi ha aiutato, questa cosa, dopo giorni di sola preoccupazione-nostalgia-ansia: c'è altro là fuori. Ci sarà altro nella mia vita dentro un camice oltre a un'ipercalcemia o a un'amenorrea su una cartella clinica, ci sarà altro al di fuori del mio camice, delle mura dell'ospedale dove lavorerò. E sta a me costruirlo, e sta a me poggiare pietre, le mie pietre, le uniche che posso controllare... al solito, fino a un certo punto.

Domani comprerò il mio fonendo pediatrico. Volevo farlo a Toulouse con Alessandra, o magari accompagnata da Andrea. Volevo farlo a Firenze, magari mentre Matteo mi dice che un chirurgo con il fonendo in tasca non si è mai visto. E invece lo faccio qui ad Avezzano, dove non potrò scegliere il colore, ma avrò lo sguardo di mio padre che sarà valso ogni battaglia.

Per tornare a Grey's Anatomy, hanno toppato solo sulla frase finale della serie. Troppo smielata, troppo poco me, troppo e basta. Maledettamente troppo vera.
Quindi la appiccico in fondo, ed è ora o mai più, ed è la vita che mi sono scelta e che mi sceglierò ogni giorno 'da grande', fuori e dentro l'ospedale. Correndo il rischio di sbattere contro muri, di spaventare qualcuno non pronto per una verità, di spaventare me stessa per il passo più grande che le mie gambe possono fare.
Durante una lezione di letteratura inglese, la prof rimarcò che tutto il casino tra Romeo e Giulietta era successo per una questione di timing. Di secondi.
Questa storia della tempistica la tengo a mente da allora, e ci ho fondato la mia vita sopra. Che sia un 'quando' pieno.
Quindi...

"Did you say it? I love you. I don't ever want to live without you. You changed my life. Did you say it? Make a plan. Set a goal. Work toward it. But every now and then, look around. Drink it in. 'Cause this is it. It may all be gone tomorrow."

sabato, luglio 04, 2009

Prova del nove

Questo periodo odio sognare, odio quell'ultimo istante di veglia consapevole, di coscienza che precede lo stand-by... "merde, ci risiamo."

Nelle scorse notti si sono avvicendati orsi con in bocca i fogli delle votazioni degli esami francesi, fogli semoventi con sopra i voti degli esami francesi- ma non si sa se espressi in decimi, ventesimi o trentesimi, case che tremano (in orari differenti da quelli delle scosse reali), il mio biglietto d'aereo che brucia, mail orribili.
E stanotte è arrivato qualcosa di simile a una presentazione PowerPoint con i sottotitoli, fatta di immagini tutte reali, di momenti vissuti, di sguardi, frasi sentite nell'arco di molti mesi. L'ultima di non più di un mese fa, e l'avevo annegata in una buona birra.
Le mie paure, le mie ansie devono aver fatto da colla e da filo conduttore: quella presentazione .ppt l'avrei potuta creare anche da sveglia, se solo avessi voluto.

La matematica non è mai stata tra i miei talenti, così ho cambiato genere di operazioni. E ora, dopo questa incalcolabile voglia di elevarsi al quadrato, c'è da guardare i risultati.
Nel mezzo della prova del nove, non mi tiro indietro. Voglio vedere se torna.

martedì, giugno 23, 2009

Sentirsi S.

Sentirsi Sfinita.

Sulla navetta per Paris Orly - e poi all'aereoporto- ho pianto talmente tanto che la gente mi stava alla larga. Stava per arrivare una settimana dura.
Per fortuna non sapevo ancora quanto.
7 giorni in cui la cosa più difficile è aprire gli occhi al mattino, perchè sei perfettamente sveglia e consapevole della fossa di leoni che ti aspetta fuori dai confini delle lenzuola.
Una fossa dei leoni vuota, questa université deserta dove prima non c'era verso di avere pace nemmeno a pagarla, e ritrovarti sola in tutto il chilometro quadrato di campus di medicina fa male. Finalmente il sole batte forte e Toulouse è bellissima, e gli occhi di chi l'hanno mangiata a morsi con te negli scorsi mesi sono lontani.

Sentirsi Sola.

Dopo la zingarata con le radici amiche di sempre con cui ci raccatteremo vicendevolmente à la petite cuillère quando saremo rientrati, dopo 3 giorni senza posa in giro per la Capitale, dopo una decina di giorni incantevoli passati tra neve e oceano, l'arrivo ai 28° di Blagnac è stato una... doccia fredda.
Inoltre l'FBI ha i suoi tempi biblici, e quindi tutti gli 'ooooh' e 'aaah' che avrei voluto sentire in quasi diretta mi sono stati negati. Come tante piccolezze che il telefono non concede, specie un telefono non tuo o non funzionante o non da soli, con 8 ore di fuso e mezz'ora dopo una settimana per dirsi tutto. Sèèèè... e difatti capitano cose del tipo che per raccontarsi, per capire, per immaginare, mi sono passati di mente 5 mesi carichi per cui ringraziare. Quindi mi manca il

Sentirsi S.

ovvero quelle due o tre parole stupide che condividono la stessa iniziale e lo stesso modo di essere pronunciate, a breve distanza dall'orecchio e con voce intima. Cercherò di ricordale bene, perchè temo mi mancheranno per un po'.

S&S

Mentre stamani aspettavo il bus per andare al mio primo colloquio con un prof da convincere pensavo a cosa questo Placement qui può portarmi il prossimo anno, se forse non fosse il caso invece di fare rotta altrove. Un'altra lingua, un'altro fiume in mezzo alla città. Forse fa bene Ale a chiedere Londra... forse dovrei aspettare il bando Monash per l'Australia... quanto rischio a tornare qui, tra questi mattoncini rossi che amo tanto ma che hanno visto tanto e fanno da specchio?
Non lo so.

So che oggi ha preso il via, per puro caso, un progetto molto ambizioso che potrebbe concludersi in tesi: non dico altro finchè non ne saprò di più... ma le sue parole chiave sono sogni e speranza.

E sono le S. maiuscolissime che al momento non mi mancano, perchè tre professori hanno deciso che valgo la pena di aprire un Placement ad hoc solo per me... "tu es une esperance."
Se davvero i miei anni di Medicina finissero come oggi ho iniziato a sognare, i miei figli avranno qualcosa per cui essere orgogliosi della propria madre.

martedì, giugno 16, 2009

Per i mille colori della Grand Prismatic Spring

Mi piace che sei un paradosso. In fondo ne stai solo combinando un'altra delle tue, e mi piace così tanto.
Mi piace il tuo riuscire a complicare ulteriormente cose già complicate, dandogli un peso tangibile che è stato molto bello portare con te. Farsi le spalle insieme può aiutare.

Sono disposta a passare su 8 fusi orari, strafalcioni di inglese, americane cinguettanti (se mi sentisse Amy...) proprio perchè mi ha conquistata la tua testa perennemente into the wild, e non ti cambierei per niente di più tranquillo. Il rischio in questo caso mi piace.

Mi piace - e mi fa piangere a più riprese - avere una paura matta. Io, roccia organizzativa, trottola perenne, indipendente e vagabonda, ho paura di non saper esserci come si deve. Come si deve?
Imparalo con me, come si deve. Inventiamolo questo come si deve, come si può, ci vorrà fantasia. Ma sarai in un posto che è il cuore battente della fantasia, dove un lago può essere un arcobaleno. Non potrei immaginare una dimostrazione di possibilità più grande.

Sarò cemento molto armato.
Buona fortuna, e non so a chi dei due lo dico di più.
Bisou,
S.